Poesia del nostro tempo

Poesia del nostro tempo

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“Monaci, tutto brucia! E cosa brucia, o monaci?” Esordisce così il Sermone del fuoco, un sutra del Buddismo più antico, quello nato dall’insegnamento di Siddhārtha Gautama, incluso tra i Samyutta Nikaya (i Discorsi affini) del Canone pāli. Il Maestro, con andamento anaforico, spiega ai monaci come i sensi, vista, udito, olfatto, gusto e tatto, ma anche la stessa mente come facoltà percettiva, creino una combustione dolorosa all’io (“tutto brucia”) nel contatto col proprio oggetto, e che questo fuoco sia mediato da “attaccamento, avversione e confusione”, a causa di “vecchiezza, paura, morte, lamento, disagio, angoscia e scoramento” cioè di molte delle dimensioni costitutive dell’esistenza umana.
Questa considerazione può essere un possibile punto di partenza, ma non di arrivo, della silloge recentemente data alle stampe da Monica Guerra: Entro fuori le mura (Arcipelago itaca Edizioni 2021,  collana “Mari interni” a cura di Danilo Mandolini, con quattro fotografie artistiche di Virginia Morini e un saggio di Sandro Pecchiari).
Raccolta poetica in cui, fin dal titolo, è patente l’instaurarsi di una dialettica tra interiorità – vanamente trincerata in allegoriche mura – e realtà esterna, con tutti gli ossimori e le frizioni che questo comporta. Su tale dialettica, che evolve e si trasforma nel corso dell’opera, agisce uno sguardo poetico muscolarmente riplasmante, sonoro, che registra, da un’amara percezione iniziale, un progressivo sovvertimento delle relazioni, fino a un mutamento sostanziale dei termini d’inferenza nelle liriche in chiusura.
Cosa nitida e certa è che una continua reciproca influenza animi la relazione tra parte senziente e lande attigue, di cui Sandro Pecchiari, nel saggio conclusivo, cita opportunamente il Genius loci: spazi non di natura squisitamente topografica, ma spirituale, metaforica, significante, come la poesia stessa la percepisce e ridona, in scambio dialogico con le pulsioni e gli orientamenti dell’anima.
L’opera è suddivisa in quattro sezioni, che segnano il percorso in cui il lavoro poetico di Guerra si concreta e distende: La misura del vuoto, Istantanee, La paralisi del giorno, Nonostante. È evidente, da questi riferimenti miliari, come la riflessione sia scandita in alcuni passaggi, il cui portato meditativo è reso esplicito da subito negli esergo, e poi dispiegato nei versi: un reale inabitabile, a un tempo brulicante e disabitato, non viene rigettato o allontanato, ma descritto in frammenti: l’inventario senza intento, l’osservazione senza giudizio della meditazione; per poi trovare il punto immobile, in cui posare sul poco, patria interiore nuda e saldissima dalla quale il fluire non spaventa più, ma lambisce e sfiora, accolto, e le mura divengono virtuale membrana morale, in osmosi tra psiche e paesaggio, tra percezione individuale e collettiva; laddove il singolo, proiettandosi oltre sé stesso, riesca a conquistare una sede sensibile più elevata, assoluta, vertice serissimo d’individualità integrata, di umanità condivisa.
Nella Misura del vuoto enumerazioni di territori esterni e intimi depongono il soggetto in un senso di desolata estraneità, che è l’abitare universi gremiti di cose e persone, ma privi di messaggio, che insistono su premesse disattese e perseverano nella vuota affermazione di sé: “è un walzer lento tra i versi Šostakovič / e un caldo smisurato all’interno // i vetri s’ingegnano cristalli / – il giorno si fa in gesti – // nell’ora fredda il vuoto qui di fronte, / è la storia che ci tiene vivi, di lato // dieci centimetri di ponte”.
Dove risieda il confine tra il soggetto e gli scenari che gli sono propri – il limite tra chi percepisce e il percepito – è questione antica in poesia, dove l’io senziente può farsi io lirico proprio al cospetto della pressione insostenibile di un reale contundente, che si fa strada nell’interiorità con agguati sinestesici: “una spina questa stagione / in bilico è un guaito punge / il fossato mentre l’altalena / umana si misura le dita // – sempreverde / il ramo dell’indifferenza – ”, l’interazione tra esseri umani è sempre più nuda e sterile: “quel parlare solo con i cani / abbaiare alle solitudini// e le pietre pretese del tutto / disumane fioriscono voci”.
Con tali presupposti, l’esilio pare via feconda, una dimora in cui l’inventario di negazioni quotidiane diviene pietra d’angolo di ogni nuova manifattura di senso. Alleati in questo, non gli altri, i presenti, resi stranieri dall’indifferenza, “diluvio quotidiano” di mancato sguardo, ma i ritorni spirituali che punteggiano il giorno come esordi, in un presente sincronico, di comunione con le anime trascorse, che alla poesia appartiene profondamente: “– ora che i corridoi sono quasi muti / la tua stanza sempre in ordine – // non è più la stagione dei germogli / ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo / com’è giusto in mano / alla spina dei giorni disabitati”.
Se mancanza è presenza, più dell’arido momento in atto, allora il tempo dell’attesa, negativo del vissuto pieno, del realizzato, è la piena epoca del vivere: “i girasoli le corolle già spente / sugli steli schienati // qui anche la pineta è piegata / dalla sete fine agosto / è uno sterminio di petali // l’attesa una stagione”; e le vere presenze sono altrove: “restaci un solo morso // – basterà per piangerti al ritorno / da chissà quale linea di contenimento –”, mentre hic et nunc è un andare parallelo e spento, una quotidiana somministrazione di assenza, come reiterata perdita: “ogni voce priva / di un gesto sul fiato che si spacca / così immagino come un’isola / l’ultima carezza sotto le dita mentre / è solo il vuoto che le graffia”.
Le varie forme dell’altro-che-manca includono la morte, ma anche la segregazione: chi porterebbe, forse, parola accesa (come Giovanni, “vivo per poesia”), è tenuto lontano, recluso da imperativi sociali di revisione e disciplina: “in casa protetta / è un diluvio di cedimenti // sporadici e improvvisi refertano / – nulla a che vedere / con l’artiglio dell’isolamento”.
In questi orizzonti già feriti, la pandemia diviene una contingenza sventurata, a rifinire il distacco emotivo con quello sociale, nella conta di chi, colpito dalla malattia, non ce la fa: “ma io volevo salparti sul rituale delle nuvole / senza l’ombra di un’altra croce // implorando ancora un minuto / per abituarmi alla voce del verbo prendere // la liturgia della tua dolcezza / senza mani spacca in due il mondo”.
Che sia o meno a mani giunte, ogni esistenza divide il mondo in due parti esatte. Nella massa sterminata di corpi e anime, ognuno è chiunque e nessuno; ma, per chi l’ama, è tutto. Anna Cavalletti auspicava una pochezza che disturbasse poco: “Un’esistenza, l’esatta divisione dell’aria. Con la morte, l’aria si unisce e si chiude di nuovo. Nessuno si dovrebbe accorgere della differenza… io vorrei occupare poco posto” e fu invece, per Cristina Campo, il ricordo indelebile di tutta una vita.
Ed è questa la misura del vuoto, quell’immensa, puntiforme carenza che ci forgia alla consapevolezza del fluire: principio spietato e incantevole che, fatto combaciare ai contorni dell’anima, è la sola liturgia di pace.
Nelle Istantanee le immagini si susseguono e finiscono di spogliarsi, lasciando a terra ogni residuo di valutazione e connotazione: nei frammenti lirico-narrativi le cadute che tutti ci riguardano, la disperazione della dipendenza, la solitudine del clochard, la vita corrotta dal consumismo che ci divora di vizi e debolezze, le retoriche di fittizie solidarietà, la maldicenza, l’esasperata insofferenza. Mentre in natura tutto si muove con sapienza anteriore, nella sfera umana tutto avanza come un macchinario rumoroso e guasto, ma inarrestabile. A segnatempo, sgangherato metronomo delle nostre vite, sono la produzione e il consumo, che lastricano la via verso una senilità senza gloria.
Ma esiste un altro tempo, che in amore dilata, smargina, perde il conto. A soprammercato, la vita terrena nella sua corporeità è visitata dell’impossibile, quando il finito va a racchiudere l’infinito, e si fa il varco all’interminato che giace nelle cose piccole: “il nonno dice le carpe / e i conigli nani sulla riva del lago / il pane secco si sbriciola / intorno alle tane / fra la conta delle querce // – l’amore chiede tempo –”, ignorando bilanci e programmazioni, sovvertendo questo stare sfrenati, solo in ciò che porta frutto: “attraversa di fretta / nel tailleur grigio / sui tacchi in ritardo // il clacson protesta / al semaforo verde // – il tempo / è ringhiarsi l’un l’altro –“.
Aggregati sociali come arcipelaghi d’incomprensione e non-appartenenza, la presenza mediatica e sociale come surrogato di felicità, le relazioni consumate distrattamente, la noncuranza di fronte all’altrui patire, le collere improvvise, i disfunzionali eccessi di reattività al cospetto di fastidiose inezie: Guerra sa dire di un’umanità sfinita, inasprita dalla dovizia di offerta e dalla carenza di domanda, dall’inattività forzata, dalla saturazione del mercato del lavoro, dal fermo della pandemia, da una pervasiva inautenticità.
Se Fuori le mura la realtà è caotica e ostile, e avanza in quel modo meccanico, incespicante che nulla ha del fecondo scorrere in metamorfosi dei presocratici, il passaggio forzato, inevitabile è attraverso il punto fermo della propria afflitta intimità, che diviene fortezza sorvegliata, dove si può ripercorrere a ritroso l’entropia circostante: “ non un’orma fuori posto / entro le mura // la distanza è un confine / e nessun cedimento / qui tutto è vuoto e perfetto // il prato spinato / l’esilio di un fiore”.
Solo nel riporsi che conosce la spina, sembra dire Guerra, la via si fa chiara: smantellare una ad una le fortificazioni che ci fanno cittadelle dolenti, illuse che l’io sia protetto, mentre è solo isolato. Insorgere alla paura, alla presunzione d’esser retti, esatti: “sconfitti o vincitori paludi / immortali perché soli // a ribadire noi i giusti / e qualcuno sempre contro”; all’illusione che qualcosa di materiale possa esserci meta o patria.
Allora scrivere potrebbe mostrarsi come uno dei tanti gesti inutili, l’emblematico schianto di ogni azione nel suo esito mancato; eppure, c’è “una pace distratta / fra le dita di uno scoiattolo” e “la verità freme libera / in una tana disabitata”: benché sia sempre più rastremato il “tempo per la cura”, e “sotto le ciglia” dimori stabilmente “la piaga dell’attesa”, permane un “canto” che diffonde “in ogni direzione”, ricordandoci che “oggi è un randagio / in attesa di un gesto d’amore”.
L’ultima sezione, Nonostante, si apre con un’epigrafe illuminante, che auspica la durata, il luogo morale della permanenza e del ritorno: l’essere in sé, l’appartenersi come antidoto all’ universale esilio che ci ammala: “chiedilo a un indizio di neve / niente è impossibile // nell’unità il punto zero esiste / fosse ripartire dalla cenere”.
La “bussola verso l’interezza” diviene il contrario di un isolato fortificarsi, ma sembra coincidere piuttosto con l’accoglienza, col farsi pervadere da quel dolore cosmico che è una molteplicità integrata, frattale di un sentire individuale che, se frammentato, è finanche più sofferto: “ricurvi in una sarabanda di spine / di metro in metro / ognuno è il suo calvario”, e ancora: “l’innesto della solitudine / è un gorgo di rumore / e nonostante setacciamo / conchiglie tra le pene // sollevarsi è infilare l’onda / nel canto di ogni voce”.
Immobilità e impossibilità, delusa aspettativa sono elementi ricorrenti nell’opera, compatte smentite cariche di energia potenziale rovesciata. Ma Guerra è tenace nel setacciare luce, con sintassi mai pigra, a versificare una poesia accorta, esatta: già in lavori precedenti, eccola di fronte alla perdita: “per la semplicità estrema ch’è morire / mi trovo qui a sgusciare una bellezza / a isolare la cenere dal miele / il tempo a stanarne il tarlo” (Monica Guerra, Sulla soglia. On the threshold. Edizione bilingue. Traduzione di Patrick Williamson, Samuele editore 2017); e ancora, nell’allegorica via crucis delle Maddalene: “a volte bisogna consumare bene le scarpe persino i piedi oltre la soglia del dolore prima di scovare, sotto pelle, un seme di senso in una piantagione di silenzio, a volte bisogna frugare bene fra le spighe ogni melodia superstite: l’amore basti all’amore, un fruscio notturno narra il sublime in un terreno indecifrabile” (Monica Guerra, Nella moltitudine, prefazione di Francesco Sassetto, Il Vicolo Editore 2020).
Tale “terreno indecifrabile” è l’elemento naturale, che col suo muoversi in libero fluire esprime il soffio con cui la vita si manifesta e trasfigura, sempre diversa e uguale a sé stessa. Ed è nella natura, al di là di ogni retorica, l’innegabile essenza e origine di ciascuno, il condiviso senso creaturale, laddove una verità lentissima scivola e tace, dando l’assoluto significato, come in una “foresta ghiacciata” risuona “il silenzio buono della rinascita”. Centro inatteso, silente, che dimora nelle presenze più minute e ricompone l’alterità in unità molteplice, fino a scontornare i limiti, far coincidere, combaciare.
Recedere nel baricentro più quieto del proprio essere, dimensione aperta “dove s’intersecano / i piani curva o fondale / chi tace e chi luce” (Nella moltitudine, op. cit.) fa della sofferenza una risorsa di compassione, che aiuta a dismettere le barriere: scoprire che non vi è nulla di solido nelle nostre mura, nulla che non possa essere reso lieve e trasparente, se, ritirandosi in silenzio, si coltiva l’ascolto profondo, e agli altri ci si avvicina.

Isabella Bignozzi

Trasparenza e spaesamento

Trasparenza e spaesamento

nel viaggio poetico di Monica Guerra
GIANCARLO SISSA 3 Settembre 2022
Percorrendo l’opera in versi di Monica Guerra si incontrano ben presto oasi di ricordo restituite alla coscienza in nodi di pensiero e ricordanza di forte valenza simbolica esistenziale, veri e propri nuclei tematici rappresentativi di eventi autobiografici che la poesia registra, traduce e inaugura a nuova vita, a a più intera luce, attraverso il lavoro che la parola compie agglutinandosi in sequenze profonde e significanti, con veri e propri attraversamenti che rappresentano altrettanti eventi ponte collegati fra loro attraverso distanze e diramazioni che solo il viaggio (nello spazio) e la scrittura (nel tempo) rendono decifrabili come sinapsi salienti d’una stessa rete poetica d’esperienza.
Da entro fuori le mura

Da entro fuori le mura

*
presto verrà l’autunno avvertivi
lasciando la mia mano sopra i nidi
d’agosto sorridevi
alla resa improvvisa dei germogli

lo sapevamo entrambe com’è giusto
è così che una sera d’un tratto
la nebbia d’autunno
addolcisce lo sgombero dei nidi

– ora che i corridoi sono quasi muti
la tua stanza sempre in ordine –

non è più la stagione dei germogli
ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo
com’è giusto in mano
alla spina dei giorni disabitati

 

entro fuori le mura

entro fuori le mura

“Entro fuori le mura” di Monica Guerra
(Arcipelago Itaca, Osimo (An), 2021)

qui l’articolo completo su Il Giornalaccio

Monica Guerra svolge in questo libro un viaggio tra interno ed esterno, tra costruzioni interiori e realtà esterne in un processo continuo di apertura e chiusura, di allusione e disvelamento. In tal senso la sua poesia è parola che si contrae, si raggruma per poi dilatarsi, espandersi in forme ora liriche, ora aforismatiche, altre volte più distese, ma sempre essenziali, precise, minimali.
La poesia di Guerra è certamente legata ai luoghi, agli ambienti, ma non cede al descrittivismo puro, non si abbandona al memorialismo narrativo: lei cerca il sensibile, desidera offrirci la trama segreta del paesaggio che è anche stato dell’esserci, passaggio da un modo di stare ad un altro, che è forma cangiante dello sguardo che si misura con l’esterno e così con se stesso, perché siamo dentro e al tempo stesso fuori, e noi stessi siamo qualcosa che sta fuori nel momento in cui ci guardiamo dentro, parte integrante del paesaggio-passaggio. Questa dialettica tra spazio e tempo, che in altri poeti è una cornice, oppure un tema, per Guerra è la poesia stessa, è l’anima del verso, è lo sfumare/svanire della realtà dentro la realtà della poesia che a, sua volta, si rovescia in una luce diversa (di-vertere, guardare altrove) che ci fa com-prendere, con tutti i limiti, dove siamo e dove/come potremmo essere altrimenti. Pertanto i luoghi non sono solo spazi fisici, ma modi di sentire e vivere l’esperienza.
La poesia di Monica Guerra sa cogliere, per così dire, la temperatura dei fatti, delle cose, dei luoghi attraverso un linguaggio semplice ma pieno di risonanze. Lei predilige, infatti, il tono colloquiale, ma pur carico di vibrazioni, senza emozionalismi, mescolato a forme del parlare diretto. Guerra ci tiene sospesi al filo delle sue intuizioni, in bilico sulla soglia della luce che si apre e si chiude nella sua poesia.

Nel saggio di Sandro Pecchiari che accompagna il libro troviamo scritto: (…) La realtà dei versi di questo libro è in alternanza continua tra paesaggi naturali (quelli che toccano i nostri aspetti più intimi e profondi) e realtà artificiali antropizzate fino a diventare a volte disumane: il percorso da fare è riuscire ad acquisire in modo attivo (e non accettarle passivamente) e armonizzarsi in tutte queste diversità. E considerare che l’interazione rende possibile diverse sistemazioni del nostro io: riuscire ad esserci e essere compatibili o no nel confine labile delle mura. E sapere osservare con lucidità e descrivere tutte le sfumature dei luoghi nei nostri viaggi mentali. E che siamo contemporaneamente quello che siamo in un dato spazio-tempo ma anche tutto quello che avremmo potuto essere e/o avere: in fondo l’amore si avvicina a questo stato d’animo. (…).

Quattro parti compongono questa raccolta: La misura del vuoto, Istantanee,La paralisi del giorno e Nonostante. Titoli di sezioni evocativi e significativi dell’approccio stilistico e contenutistico della sua poesia che, come detto, ci offre immagini intense: “fuori è rovo di un altrove” “una stagione/di pietra dai vetri chiusi” “qui il volto muore a solo” sono alcuni versi della prima sezione “La misura del vuoto”, appunto, che pare una metafora del periodo pandemico più duro, mai opportunamente nominato in modo esplicito, così come si confà ai poeti.

In “Istantanee” si è trasportati a Mosca, Austin, Venezia, ma non c’è differenza con Faenza luogo principale del “viaggio”. Quel che conta è il lampo della visione, l’attimo che si dilata nel suo perdersi “per sigillare le porte alle distanze/ fra un saliscendi e l’altro/ un buco- tutto il vuoto necessario –“ e c’è spazio per gli affetti familiari, per le amicizie come per gli incontri casuali: “attraversa di fretta/nel tailleur grigio/ sui tacchi in ritardo/il clacson protesta/al semaforo verde/ – il tempo/ è ringhiarsi l’un altro“ (versi che mi hanno ricordato, nella prima parte, la canzone di Fabrizio De Andrè “Se ti tagliassero a pezzetti”). C’è spazio per soste tenere (“due ragazzi distesi nel verde// esplorano i baci sul collo” ) o per la cronaca triste (…l’intervista sulla porta di casa/le grida i parenti: sarà stata la droga/ era un bravo ragazzo”).

“La paralisi del giorno” ci fa rientrare nel clima dominante del libro: fango, paura, spine, orma, chiodi… sono i lemmi che ricorrono: Monica Guerra ci dice che “svivere scortica anche a me” (“questo mare agita anche me” cantava Enrico Ruggeri) e tutta la sezione è agitata da una musicalità dolente, da una versificazione mirata in cui la stessa spazializzazione del verso ha un senso per esprimere appunto lo spaesamento, l’essere qui e altrove di cui si diceva. Molto efficace, ad esempio, il salto tra l’apparente calma di un paesaggio bucolico sui Carpazi dove “il gregge sfuma lento nel fiume” (altro eco lirico musicale) e il finale “ma laggiù le sirene in nome/ di dio la gente muore” riferendosi alla strage islamista di Nizza del 14 luglio 2016.

Ma il tono della sezione, dicevo. Eccolo: “la voce cruda della vastità/ punge sottopelle e inquietudine/allaga la faglia del silenzio// com’è facile soli/l’altro occhio della luna/ il deserto// com’è difficile il contempo”. La vita di provincia non è dipinta per bozzetti, ma aggredita con la sensibilità della poesia che, così facendo, la rende persino più aspra e dura: “l’orizzonte è nella tela di un ragno// sempre vicino qualcosa/ qualcosa che poi non succede”.

Chiude il libro la sezione “Nonostante” che è come un ritorno a casa, un rientrare nelle sensibilità positive della vita e prendono spazio, come è stato notato da Sandro Pecchiari, colori, suoni, profumi a segnare l’idea che un luogo dentro di noi c’è per poter ripartire. Come accade spesso nella buona poesia contemporanea, il negativo può essere superato se non sperperiamo i margini di bene che possiamo costruire. L’altrove è qui ed è soprattutto un modo altro di sorprendersi, di vedere le cose da un punto di vista più alto e profondo, pur nella consapevolezza dei limiti. Così Monica Guerra ci dice: “chiedilo a un indizio di neve/ niente è impossibile…// anche lo sterco esala un bagliore” e ci dice anche che “..navigare /i seni verdi dell’onda è sapersi vivi” e che “ancora suona/ sotto le dita una ringhiera” e ancora “tra i rami del giorno sfila/ la bellezza di una zagara”.

Versi semplici che indicano che quel che si desidera è “il silenzio buono della rinascita”, “il silenzio fra briciole” , è restare “dove/ non è il tempo là dove/ lo spazio non è cosa// deludiamo i confini e miele dai seni di ciliegio// diveniamo l’altro, /la stessa cosa”.

Allora ci tocca restare fuori dal fluire delle cose, immersi una sorta di nuova arcadia (miele dai seni di ciliegio) fatta di silenzio e meditazione, senza il vincolo di un confine se non quello che giorno dopo giorno troviamo, nonostante tutto, entro fuori le mura.

Stefano Vitale

da Radio Emilia Romagna

da Radio Emilia Romagna

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Nella sua nuova raccolta di versi, la poetessa Monica Guerra esplora il mondo circostante con la forza dello sguardo che sa andare oltre le mura dell’apparenza. Un invito a “srotolare le ciglia” e a “scompigliare i nidi”, perché “sollevarsi è infilare l’onda nel canto di ogni voce”, nonostante gli ostacoli. Ringraziamo per la lettura Alessandra Ambrogi e l’associazione “Legg’io”.

Vittorio Ferorelli

ph. di Virginia Morini

Blog Assaggialibri

Blog Assaggialibri

Su Entro fuori le mura (Arcipelago Itaca, 2021)
dal blog di Assaggialibri Associazione Culturale

presto verrà l’autunno avvertivi
lasciando la mia mano sopra i nidi
d’agosto sorridevi
alla resa improvvisa dei germogli

lo sapevamo entrambe com’è giusto
è così che una sera d’un tratto
la nebbia d’autunno
addolcisce lo sgombero dei nidi

– ora che i corridoi sono quasi muti
la tua stanza sempre in ordine –

non è più la stagione dei germogli
ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo
com’è giusto in mano
alla spina dei giorni disabitati

a Virginia (Ottobre, 2018)

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Da Fare Voci

Da Fare Voci

Fare Voci luglio-agosto 2021

Il nostro è un tempo che si misura con difficoltà. Troppo caotico per accettare facili codifiche, troppo esile per sostenere una propria identità, poco sincero per dire qualcosa di determinato.
In questa incertezza, che si manifesta con malessere e confusione, riuscire a trovare dei riferimenti diventa impegno prezioso e lavoro non più rimandabile.
E la poesia può essere uno strumento preciso, voce che documenta e rivela, che mette in evidenza e indica le verità necessarie con cui avere a che fare.
Monica Guerra, con la sua nuova raccolta “Entro fuori le mura”, è stata capace di immergersi in tutto questo e di trovare, con queste sue significative pagine, un raccontare autentico.
Da subito è chiara nel suo intento, a partire dal titolo della prima sezione del libro, “La misura del vuoto”.
Perché è questo che il suo scrivere dice, di un vuoto e di una solitudine che sono diventati la dimensione principale in cui l’essere umano, nel proprio giorno, ha messo oramai radici profonde.
Da qui la necessità di trovare con la poesia il nervo di ogni cosa, per potere essere più possibile aderente all’umano accadere, proprio “mentre l’altalena/ umana si misura le dita”, il luogo esatto dove “qui il volto muore da solo”. E sottotraccia c’è sempre il bisogno di un nido, protezione e parola che in questa apertura di “Entro fuori le mura” ritorna spesso.
La prima considerazione non ha possibilità di fraintendimenti: “è la vita / la liturgia per andare in pace”.
Il ‘dove’ che contiene questo suo focalizzare è una geografia ampia: Mosca, gli Stati Uniti, il Parco Bucci della sua Faenza, Venezia, ma anche luoghi di comunicazione come il telegiornale e instagram.
Una mappa di “Istantanee” che ci fa accorgere che ovunque qualcosa si è già rotto, in un fuori campo dove puoi trovare “fra un saliscendi e l’altro/ un buco – tutto il vuoto necessario –“, quando “la voce si spezza con il pane” e puoi solo ripeterti che “stare assieme è il ghiaccio/ sul fondo di questo bicchiere”.
Monica Guerra si rende conto che il contenuto di queste sue pagine è anche un fare i conti con il nostro presente, il tentativo di ‘asciugarlo’ in pensieri e considerazioni, per uscire da “La paralisi del giorno”.
Perché c’è il bisogno di non rimanere inermi, di continuare a nutrire l’incontro, sapere che “la verità freme libera/ in una tana disabitata”. Di certo c’è un prezzo da pagare, per impegnarsi in questa ricerca, per arrivare a toccare l’umano che ancora rimane e che cerca di difendersi. Soprattutto quando ci si rende conto che si può essere “sempre vicino qualcosa/ qualcosa che poi non succede”, riconoscendo “sotto le ciglia – la piaga dell’attesa –“.
Ma c’è sempre un qualcosa che rimane, che resiste, che trova nella sua ‘durata’ l’espressione più vicina a ciò che può essere per ognuno di noi il vivere nel ‘qui e per sempre’.
È l’attimo perfetto che non può consumarsi, l’accensione di ciò che è perpetuo, il momento esatto di ogni origine: “in questo cono d’ombra/ non arriva mai nessuno// – eppure/ un calpestio –“.
Monica Guerra riconosce questa sorgente, la pone all’evidenza del lettore, racconta che è un ‘perché’ di cui potersi fidare.
Di certo è un qualcosa di fragile e assoluto.  
Di certo è ‘entro fuori le mura’.

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recensione a cura di Milena Nicolini

recensione a cura di Milena Nicolini

qui il link all’articolo completo su CASA MATTA nr.3 maggio 2021
recensione a Entro fuori le mura (Arcipelago Itaca, 2021) a cura di Milena Nicolini.

È una disamina della nostra società molto dura quella che Monica Guerra ci mostra nei versi di questa silloge. Senza permettere all’emozione di limitare la durezza della denuncia, trattenuta, sottesa, quasi compressa da un estremo prosciugamento della lingua, che arriva anche a forzarne la struttura, quando non ne complica pure il portato logico, con l’uso, ad esempio, di certi enjambement – una cifra stilistica della prima sezione – che polisemicamente possono aprire feconde ambiguità: “presto verrà l’autunno avvertivi / lasciando la mia mano sopra i nidi / d’agosto sorridevi / alla resa dei germogli / (…) / non è più la stagione dei germogli / ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo / com’è giusto in mano / alla spina dei giorni disabitati”. Poesie quasi sempre molto brevi, ritmate da una sicura tessitura prosodica, dal respiro dei vuoti frequenti tra i versi, dagli ‘aparte’ sospesi degli incisi; poesie che lungo le quattro sezioni, introdotte da exergo non solo di grande spessore significativo, ma di apertura propedeutica, tagliano attraverso, incidono, sezionano la nostra attuale realtà di individui sociali. Significativo il titolo della prima sezione, La misura del vuoto, che rende immediatamente la tragedia attualissima della pandemia. C’è tutta la sorpresa, l’angoscia, anche la reticenza, l’incredulità del primo lockdown: “ma qui è sparare a raffica all’orizzonte”, “fuori è rovo”, “sporadiche razioni di luce e del resto / non vedere – poco importa –“, “quel parlare solo con i cani”. Di colpo il venir meno della convivenza con gli altri, addirittura l’essere esclusi, spostati “a lato” da una narrazione ragionata del presente che altri fanno, ma in cui si dà l’unico modo per esserci: “è la storia che ci tiene vivi, a lato / dieci centimetri di ponte”, che è lo spessore del muro delle case; dentro cui l’isolamento, la solitudine che scarnifica anche l’io: “il volto muore da solo”, non tanto per la mascherina, ma per un’identità non più confermata dallo sguardo dell’altro. Le reazioni sono di grande impotenza: “tu che mormori / il vuoto non esiste rampicando solitudine”, che ripeti come un mantra “un germoglio / è questa solitudine”, mentre vai “disertando sabbia alla clessidra”, in realtà ti accorgi che si accampa un altro male devastante: “-sempreverde / il ramo dell’indifferenza”, vero “diluvio quotidiano”, tanto che si devono accogliere “gli inciampi” come “doni / a piene mani”. E poi il grande dramma di coloro che vengono meno, spariscono di colpo , una devastazione nella già “spina dei giorni devastati”, appaiata alla morte vegetale per la terribile siccità. Pensare, vivere quelle morti solitarie: “immagino come un’isola / l’ultima carezza sotto le dita mentre / è solo il vuoto che le graffia” e dirsi che bisogna imparare, abituarsi “alla voce del verbo perdere”. È forse possibile intravedere uno spiraglio in un’assurda contiguità tra camera mortuaria e camera di un vecchio isolato che compie gli anni, in una casa protetta: mentre “il trapano” sigilla, ‘spegne’ “la bara”, la voce di una ragazza, che “per procura” soffia, “fuori dai vetri” che isolano il vecchio, su “novantadue candeline”, dice: “Bab, a t’fasè j’avguri”. Alla fine, dice la poeta, è la più vitale “liturgia per andare in pace”. Nella seconda sezione, Istantanee, si è fuori dalle mura di casa, ma dentro una ben più solida chiusura, quella dell’incomunicabilità. È un carosello di schizzi incrociati in giro, ma di quegli schizzi che con pochissimi tratti definiscono l’essenziale irripetibile. C’è subito, quasi a segno emblematico, l’assurdo paradosso per cui, volendo accedere alla “Charity” pubblica, ai barboni senzatetto viene fatto l’obbligo di fornire un indirizzo. Quindi è schizzata l’indifferenza di fondo nei rapporti apparentemente amicali; l’incomprensione reciproca dei bisogni, dei diritti degli altri; l’incomunicabilità fra culture e modi di essere vivi, per cui “- il tempo / è ringhiarsi l’un l’altro –“; l’impazienza verso i limiti, le necessità dell’altro, umano o animale che sia, che così viene strattonato, impedito, strofinato con malagrazia da chi dovrebbe aiutarlo. L’ossessione di far presto, dal traffico (molto potente immagine qui: “ i pickup si gonfiano ai semafori”) all’uomo che “assedia ogni minuto l’orologio”, in un affollarsi di figure non solo eterogenee, ma aliene nel loro proporsi ed interporsi, perché “tutti corrono d’intorno tutti sudati corrono / come lo avessero detto alla televisione”, secondo le regole di un conformismo che tutti rende burattini tra loro estranei. Ormai, infatti, c’è l’incapacità di stare insieme, al di là di un affiancamento da “isole mute… in arcipelaghi”. Anche nelle famiglie non c’è più capacità di comunicare: tra cani, figli, mogli, non riescono a darsi più niente, ognuno con una ragionevolissima giustificazione alla propria sovversione di un comportamento prestabilito, che l’altro non capisce, però, non tollera e reprime: il cane vorrebbe stare “un po’ in pace” all’ombra, il bambino non ha più fame per finire il piatto, la madre stanca non riesce ad entusiasmarsi alla “parvenza di vacanza” in collina e vorrebbe solo dormire, il padre, apparentemente ‘padrone’, nervoso perché cassaintegrato o senza paga. Significativi due altri schizzi: quello dell’atteggiamento dei famigliari verso il “bravo ragazzo” che chissà come e perché è caduto vittima di una qualche violenza da lui perpetrata su altri; l’incapacità di definirsi in sé e da sé da parte dei tanti che esistono quasi solo come foto, pensieri, corpi postati sui social. Nella terza sezione, La paralisi del giorno, domina la paura, l’incapacità di essere e di pensare diversi, l’immobilità nel conformismo. È una società, la nostra, ben recintata, dove “non un’orma fuori posto”, perché “ci sbriciola più del colpo / la tana della paura”. Solo fango tra le “paludi / immortali” di solitudini, vittoriose o perdenti che siano, perché non si danno conclusioni che si distolgano dal “ribadire noi i giusti / e qualcuno sempre contro”. Allora “l’occhio spranga le persiane” e si chiude nella “risacca del sonno”, impenetrabile dal vedere e dalla responsabilità, in un mondo hobbesiano dove homo homini lupus, al punto da chiedersi se la situazione sia segno di una tragica perdita o piuttosto l’inizio di una mutazione dell’uomo. Poi qualcosa la poeta lascia tralucere: “se l’albero si converte in croce”, la “linfa” vitale, nonostante tutto, si muove, e, non certo sulla spinta del “frutto proibito della paura”, “estirpa i chiodi dalla radice”. Così come smaschera il pericolo mortale del “canto” delle sirene –conformistiche, consumistiche, egoistiche, dico io – , che non si può credere di potere ‘godere’, assecondare, semplicemente legati come Ulisse all’albero maestro, perché quell’Itaca, a ben vedere, è solo un “pretesto” che sigilla il confinamento in un Limbo amorfo e nientificante. Ma il fatto è che il nostro mondo non ha più “eroi”, che i potenti vi restano sempre e comunque a galleggiare in situazioni di potere, che un falso utilitarismo ne determina valori e bisogni. Non c’è più “contempo”, il tempo assieme è troppo “difficile”; anche il futuro è vuoto di “aspettative”, chiuso com’è “l’orizzonte … nella tela di un ragno: “il passo per troppa esitazione” affonda e “si scioglie nell’asfalto”. Infine solo nell’ultima sezione, Nonostante, giunti proprio al limite estremo, quando per sperare bisogna arrivare a credere nell’ “impossibile”, si intravede un varco. Senza rinnegare che la vita è dura, che c’è sempre un vento pericolosamente capace di abbattere, si osa che bisogna imparare a “navigare i seni verdi dell’onda” per essere vivi, a vedere negli interstizi dei rami “la bellezza della zagara”, a cogliere il “calpestio” che viola il “cono d’ombra” dove “non arriva mai nessuno”, a sentire il bruciore vitale del sole, della parola, delle cose, “fuori”, anche quando “il gelo reclama una croce” e pare inchiodare ad un’immobilità di morte, e nonostante la tragedia ambientale provocata dall’uomo, nella sua “inversione / del fine con il mezzo”. La salvezza può essere solo nell’uscita dalla separazione incomunicante, dall’omologazione distruttiva. In fondo basta poco, magari imbattersi in pieno centro bolognese in un bar dove fintissimi enormi “bastoncini di zucchero” alle pareti e “casse /di bibite colorate” offrono un appiglio, se non per salvarsi dalla realtà (“la memoria non cicatrizza così”), per decollare almeno nelle lucine della “finzione”, che, chissà, delle volte eppure “salva la vita”.

e la voce le mille voci
la fioritura della pietra
restiamo dove
non è il tempo là dove
lo spazio non è cosa
deludiamo i confini
e miele dai seni di ciliegio
diveniamo l’altro,
la stessa cosa