Su Poetarum Silva

Su Poetarum Silva

Monica Guerra Nella moltitudine (Il vicolo, 2020)
nota di lettura a cura di Michele Paoletti,

clicca qui per leggere su POETARUM SILVA

Libro pieno di voci Nella moltitudine (Prefazione di Francesco Sassetto, Il vicolo, 2020) di Monica Guerra, opera che segue Sulla soglia (Samuele Editore, 2017), raccogliendone gli echi e amplificandoli attraverso poesie e prose poetiche estremamente musicali, in cui ogni parola ne accoglie un’altra, la spinge oltre un limite incerto, atteso, immaginato. Libro dei limiti e dei confini, degli incroci che diventano destinazioni, punti di partenza, approdi, frontiere. Nei testi numerosi sono infatti i rimandi a queste zone d’ombra in cui accade qualcosa, in cui i mai più e i per sempre assumono la consistenza e l’inalterabilità delle pietre. Lo sguardo tenta di spingersi oltre quella soglia in cui idealmente si fermava nei testi del libro precedente, senza abbandonarsi alla disperazione, ma conservando uno sguardo lucido, talvolta ostinato, carico di domande eppure fiducioso, pieno.
Nella moltitudine racconta anche il tentativo spesso impossibile di dire in modo esatto l’assenza, raccontare il vuoto e il dopo: tu continui a sillabare patimenti, non c’è canto di ritorno, cantavamo aprile e i giardini, la parola muta per citare alcuni passaggi in cui l’autrice insiste sull’incapacità della parola di rendere il reale nonostante lo sforzo continuo di dare una forma al dolore.
Altro tema della raccolta è la solitudine.

chiedilo a un petalo le margherite
lo sanno la solitudine
è un’invenzione del tutto umana

Una solitudine quindi che apre uno spiraglio, una possibilità, la moltitudine del titolo. La natura lo sa – dice Monica Guerra – ciò a cui gli esseri viventi appartengono: il pulviscolo, l’unicità a cui tutto torna e da cui tutto ha origine. Allora è necessario ribaltare qualche volta i tavoli e sempre le prospettive, trasformare la soglia in punto di origine, non più deriva ma luogo da cui salpare.

potesse un indizio un indizio
qualunque consolare le vene legiferare
che oltre la soglia non sei sola

Perché, in fondo, Nella moltitudine altro non è che un canto di amore, per Maddalena, per tutte le maddalene che è stata, declinazione di amore raccontata nelle prose poetiche in apertura della raccolta che diviene dunque un percorso avanti e indietro nel tempo del dolore e dell’assenza e si conclude con la mirabile sezione che chiude il libro, nel conto alla rovesciain cui ogni singolo testo ci avvicina alla fine.
Il buio scende a passi semplici dal primordiale, occorre dunque un atto di fiducia: oltre la soglia sta l’indicibile, la moltitudine a cui tornare, il seme della possibilità che germoglierà ancora. Non arrendersi non cambia il decorso, il mistero democratico del morire si presenta davanti a noi nella sua terribile semplicità. Sta a noi accettarlo, abbracciare tutta quella luce, guadagnarsi la soglia sottile. In fondo non c’è nulla che non si possa ripensare entro la geografia dell’amore.

© Michele Paoletti

 

maddalena tu cullavi qualcosa tra i seni piccoli,
una bellezza che rimane, un non ti scordar di me
tra le crepe, la stanza ubriaca di una primavera
prematura mentre fuori dai vetri gennaio era la
neve e non importa cosa nemmeno se poi io c’ero
davvero, la destinazione è un incrocio, la stagione
chiusa dei tuoi nei lungo la schiena

su clanDestino a cura di Michele Paoletti

su clanDestino a cura di Michele Paoletti

qui l’articolo completo 
La soglia del dolore di Monica Guerra 

di Michele Paoletti

Se scrivere è un atto di responsabilità, scrivere della morte lo è ancora di più perché significa farsi portatori del ricordo nel tempo: salvare, conservare qualcosa di prezioso e irripetibile. Di fronte all’incedere inesorabile della malattia, molteplici sono le scelte, anche se la direzione verso cui tutte queste possibilità convergono è una e una soltanto. Se, come nel caso di Monica Guerra, si sceglie il silenzio, le parole che vengono dopo assumono un peso e una sostanza maggiore perché conservano al loro interno tutti gli strati e i sedimenti che si sono accumulati lungo il percorso. Sulla soglia (Samuele Editore, 2017) è un atto di amore e di responsabilità, non semplicemente un diario ma una cronologia del dolore e nel dolore. E un atto di coraggio. La raccolta bilingue (le poesie sono state scritte in italiano e tradotte in inglese dalla stessa autrice) è suddivisa in due sezioni, Il saluto e Il ricordo, più un prologo e un epilogo.

Ne Il saluto i testi sono contraddistinti da una data: qui il tempo ha una misura precisa, il carezzare le ferite allineate, la tazza di caffè, l’ombra lunga del cipresso.
È interessante notare come numerosi testi siano contraddistinti da una componente sensoriale e come Monica Guerra scelga non a caso la vista e il tatto per misurare la distanza tra il gesto di morire e l’estrema urgenza di contatto. Nonostante si avverta la costante presenza del dolore e la necessità di dare il nome alle cose per come sono, è solo nel testo che chiude la sezione, quello cronologicamente più distante dalla perdita che l’autrice utilizza la parola dolore come a dire che il percorso, seppure a ritroso ci porta qui e da qui è partito. La soglia diventa dunque luogo del dolore, zona di confine tra i vivi e i morti dove chi resta sceglie l’amore come risposta alla perdita, sceglie di salvare l’incrocio di mani / che siamo stati.

Ne Il ricordo i riferimenti temporali vengono meno, lo sguardo dell’autrice si sposta ad un livello superiore e la scelta si fa chiara: e se scrivo e per farti poesia / impastare la stagione sul tuo viso. / ci si salva e si muore, / ognuno a suo modo. / ogni giorno, ognuno come può. Perché nonostante tutto occorre inventarsi la vita,riprendere a danzare, a fluire lungo una vita imperfetta eppure sbraitante e meravigliosamente viva.

 

noi ci teniamo per mano
tra le crepe dei non ti scordar di me
come sporadiche fioriture di Marzo
nel sempreverde del ricordo
il cielo precario e torrenziale solitudine.

 

5 LUGLIO 2016

in questo buco troppo cupo
per sbiadire l’ultima fatica,
il tuo saluto, la mia elegia.
il nero muro è la malattia.

 

22 GIUGNO 2016

grida distanza la valigia chiusa
sentieri stellari dietro lo spigolo quotidiano
perché morire
è solo vivere a rovescio.

 

17 MAGGIO 2016

sfogliavamo insieme
le stelle una dozzina
di cieli stralunati tu smistavi
una costellazione
e poi d’un tratto
scorrere o il solco di un nonamore

la sorgente a rovescio
poggiasti il bicchiere

perché morire
morire è un’isola

perché morire
non è come dirlo.

 

1 SETTEMBRE 2014

il mio dolore s’accuccia ai piedi del tuo silenzio
che non so nulla del morire e non ti posso aiutare
vorrei tu mi placassi con una qualsiasi cosa vera
fosse anche solo il tuo nome
mentre tu di sbieco sorridi e spalmi bene,
tra le dita, la crema
ma il tuo dolore non abita qui
non ci sono vie di fuga
c’è solo andare.

 

*
in verità qui non esiste
non esiste certo né assolutamente
esiste la vita parziale finché esiste
sbraitante all’angolo della strada
nel centro esatto dell’impermanenza
e allora è salvare, la necessità,
salvare l’incrocio di mani
che siamo stati

 

*
lungo la strada di casa un’ombra
non avevo mai visto tanta luce

e hai cominciato a ridere
a ridere di me, di noi, e stanavi viva

oltre gli acini violacei degli occhi
la mano, ti domandavo dove

cosa devo fare e la radio a farneticare,
la vita si è addormentata e noi

abbiamo ripreso a danzare

 

Intervista su Neobar

Intervista su Neobar

Intervista Senza Domande a Monica Guerra (di Flavio Almerighi)
Sotto Vuoto poesie trascelte di Monica Guerra (ed. Il Vicolo)

Da questo poco sospeso
tutto si fa chiaro e ogni cosa sta
nell’esattezza del proprio posto” … Monica Guerra da Sotto Vuoto

Non tragga in inganno l’aspetto di quaderno che ha questo libro, l’edizione è elegante i contenuti musica. In fin dei conti la musica è il contrasto che intercorre tra suono e silenzio, tra tono e tono. Musica è il suono stesso dell’involucro sotto vuoto che protegge l’anima, il ricordo, le radici, qualsiasi cosa, che spaccandosi produce suono. La poesia di Monica Guerra è particolarmente adatta a farsi musica. I versi, spesso secchi, sono quelli che preferisco (io li definisco a dente di squalo). Composizioni assolutamente in antitesi con la verbosità e la simil prosa che spesso affligge la poesia contemporanea. Il bianco tra un verso e l’altro favorisce la musica.Monica dipana due filoni precisi. Quello più personale e autobiografico con la definizioni di figure compiute nel suo passato. Quello dell’osservatrice, e cos’è il Poeta se non il migliore osservatore al mondo! Momenti familiari, il senso di appartenenza (badate bene, non di nostalgia!) per il mondo che l’ha vista crescere, prima bambina, poi ragazza, poi donna, e il viaggio in Russia che l’ha maturata e segnata in senso positivo.

C’è una forte, positiva tensione tra Monica e il mondo culturale e poetico russo, non dimentichiamo che l’autrice conosce bene inglese e russo, il che la avvicina a un mondo poetico molto più cosmopolita. Quando parla di quel “grande freddo”, i suoi versi raggiungono momenti di particolare, intensa drammaticità. Sfuggono al diario, diventano osservazione, hanno un dentro e un fuori.

Si capisce come sia l’esperienza quella “comare” con cui fare i conti e a cui rendere conto, e da essa ripartire verso un mondo sempre nuovo da guardare con gli occhi stupiti di una bambina. E’ la capacità di sapersi meravigliare, del non dare mai nulla per scontato, il rifiuto completo della patetica nostalgia di qualcosa o per qualcuno che non è più, ed e da questa inaspettata, tagliente, grinta che l’autrice riparte verso quello che forse non è più un mondo nuovo, ma un mondo che sicuramente ancora le offrirà slancio e spunto per definire ispirazione e poesia.

1) nella stessa lontananza (pg. 14)

Vicinanza e lontananza sono termini legati alla sfera spaziale, ruotano attorno alla fisicità, alla presenza o all’assenza, ma in una relazione di coppia caratterizzata da una distanza, tanto abituale quanto inevitabile, assumono, nel tempo, sfumature più liquide. Il mio “Amarsi” si nutre del ri-conoscersi nella reciprocità della mancanza, una brama nostalgica che appartiene a entrambi nel medesimo momento e in cui, emotivamente uniti, ci si rispecchia.

2) io che scivolo un valico la poesia (pg. 22)

Il mio nerobuio del tunnel, il mio universo sottosopra, quell’unico varco solitario da cui riesco a scorgere un barlume di senso: la caduta libera nell’autentico mondo del profondo e poco importa la misura dell’abisso che si trova sul fondo, il centro esatto è Poesia.

3) che la bellezza non è fissità (pg. 24)

La fissità è l’antitesi della vita, un tentativo umano di rendere immobile ciò che immobile per sua natura non è, lo sforzo vano di cristallizzare qualcosa per timore di perderlo. Salpando dal conosciuto si teme, talvolta, di smarrire qualcosa di sé, il non conoscere sfida il non riconoscersi. La Bellezza è un’armonia costruttiva e dovrebbe essere accettata e celebrata entro la sua stessa variabilità. Inscindibile dalla fisarmonica del buono la bellezza è, a mio avviso, autenticità metamorfica.

4) e noi, stranieri, a casa (pg. 31)

Casa è ciò che porto con me, per giungervi devo sgombrare il superfluo, rinunciare alla pretesa della protezione di un qualunque recinto. L’essere straniera in una landa sconosciuta mi conduce nei meandri rarefatti dell’intimo, attraverso una preziosa mappa dell’animo. Nella precarietà dell’inconsueto sono soltanto io, le mie mani nude, le mie nude risorse a fare di me, entro i miei limiti, la miglior dimora possibile. Giungo a casa dallo spaesamento.

5) il riflesso che incalza, vuoto a rendere (pg. 39)

Il paradosso di un’indicibile solitudine su un treno gremito.
Il paradosso di scrivere dell’indicibile.
Il paradosso del riconoscermi in quell’unica forma destinata a deperire.

Non prenderti così sul serio,
sussurra il mio riflesso dal velo bianco del finestrino,
la verità lì non esiste e la giustizia è parziale.

Non prenderli così sul serio,
nel loro vacuo rumore, sul binario
chiacchiericcio estenuante del nulladire.

Sfila muta la neve a imbottire l’intercapedine.

Sono vuoto a rendere,
questi quattro connotati
in cui ora mi riconosco.

6) le ginocchia negli spigoli della stazione (pg. 43)

Una metropoli in cui tutto appare candido e trionfante, nelle larghe strade non c’è traccia di povertà se non qualche inappropriata, sporadica, emanazione che fuoriesce dai buchi della stazione. E giù due manganellate, una divisa, quanto basta a contenere quattro moncherini mendicanti uno sguardo. Un tombino o un coperchio. Non essere visti o non esistere?

7) una luna resiste imprecisa (pg. 47)

Qualcosa resta, seppur calante o crescente, ciclico e mutante, comunque in sostanza resta. Al di là del nostro comprenderlo o non comprenderlo. Al di sopra di noi. Resta ciò che rappresenta, ciò che simboleggia, ciò che ci travalica. L’alba sale e la luna, piena di grazia, indossando il cielo si maschera. Qualcosa sta, al di là dei nostri umani limiti che corrompono la vista.

8) tutto si fa chiaro e ogni cosa sta (pg. 51)

All’improvviso, inciampando nel verde curvilineo di fronte al mio piccolo terrazzo, con i sensi pacificati dalla cornice dei miei luoghi, ogni cosa trova l’esattezza del suo posto. Come se, dopo tanto buio peregrinare, una piccola lanterna illuminasse il quadro a giorno. Sono qui, dentro di me, una luce minimale, al posto giusto.

9) nello spicchio l’interezza (pg. 52)

Tutta la complessità del macrocosmo sta comodamente ripiegata entro la piccolezza del micro. Dall’analisi di uno spicchio emerge la misura esatta del tutto. Proporzione? Geometria? Forse solo dal Noi si può intendere e convalidare l’io.

10) un folto di strofe il silenzio (pg. 54)

Alcuni luoghi ci parlano. Il viale del mio paese è uno di questi. Ricordo un passeggiare silenzioso, eppure denso di rumori di vita vissuta. L’eco dei passi accumulati nei secoli, il fiume che borbotta nel sottofondo, le campane a scandire la morsa del tempo, una donna che sbatte una tovaglia a quadri su un cortile, il cigolio di una carrucola che agita le lenzuola stese ad asciugare. Il concerto autentico della vita nella dimensione poetica del silenzio.

11) noi, qualcuno, qualcun altro? (pg. 57)

Ogni uomo, da solo, non vale quanto singolarmente varrebbe se unito agli altri. Viviamo in un tempo di buchi e di tane, all’interno dei quali ognuno si crogiola e impera. Ego tronfi e deliranti, pensieri ristretti in logiche individuali e cuori in isolamento. La vita prescinde dall’uno, se quell’uno non riconosce in sé il seme del Tutto.

12) la foglia viva che mi distoglie (pg. 61)

Amo stare all’aperto, passeggiare, annusare, filtrare la vita attraverso i sensi. La natura mi ripaga con l’ineguagliabile moneta del colore. Il Bianco e il nero sono l’eterna dicotomia dell’umano, la corda tesa a mezza via su cui il bipede funambolo, barcollando, tenta di rimanere. La foglia viva (e verde) mi spalanca l’orizzonte, rappresenta una categoria non esauribile nel principio della dualità. Armonia e non dominio.

13) muto che da solo vale tutto (pg. 70)

Io che amo le parole. Io che ho atteso una frase d’amore tutta la vita, in un mare di assenza genitoriale. Io che ho avuto, da adulta, il privilegio di un solo e unico abbraccio paterno. Il gesto muto che supera il limite di ogni eloquenza.

14) (che sia più preciso dell’orologio?) (pg. 71)

Il tempo dei ricordi non è lineare, spesso s’inerpica e s’invola, talvolta s’incastra. Per quanto possa essere confuso e instabile, divine un’isola di salvezza, specialmente nella vecchiaia. Sul bordo del letto mia nonna piangeva una fuga di casa, avvenuta quarantaquattro anni prima. Prima che io nascessi. Il dolore è uno strumento affilato e ben più preciso dell’orologio.

15) nelle pause delle nostre differenze (pg. 72)

Distanziare, contestare, esasperare le differenze -finanche le diffidenze- conduce in una terra di desolazione. Solo sospendere il giudizio e capire che l’altro da noi non è altro che il frutto di una vita diversa. Mettere in “pausa” le differenze significa concedere e concedersi l’opportunità di costruire, di stabilire un rapporto autentico, rinunciando a pregiudizi e convenevoli.

clicca qui per l’intervista completa

da Radio Emilia Romagna

da Radio Emilia Romagna

SULLA SOGLIA

Dal programma Racconti d’Autore, Radio Emilia Romagna, puntata dedicata a Sulla Soglia  (Samuele Editore, 2017) qui il programma.
Nella sua ultima opera, la poetessa faentina Monica Guerra si misura con il tema delicato del distacco: la soglia che ci separa dalle persone amate e ci lascia in sospeso, tra il saluto rivolto a chi sta andando oltre la curva e il suo ricordo non appena l’ha oltrepassata.

A morte é a curva da estrada,
Morrer é só não ser visto.

Fernando Pessoa

a chi resta
to the one who stays

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PROLOGO / PROLOGUE

noi ci teniamo per mano
tra le crepe dei non ti scordar di me
come sporadiche fioriture di Marzo
nel sempreverde del ricordo
il cielo precario e torrenziale solitudine.

we stand hand in hand / among the cracks of forget-me-nots / like random blossoms of March / in the evergreen of memories / the sky uncertain solitude in full flood.

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IL SALUTO / THE GOODBYE

6 luglio 2016

la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito

che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto.

6th July 2016
the tear across the left / corner, the aisle, every / day is your going again / to my short-term eye // but, after all, / living is not all in life.

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26 giugno 2016

il reparto ha porte di lillà
perché a primavera possa rifiorire
dall’humus del lenzuolo
il grido di una rosa.

26th June 2016
the unit has lilac doors / so the howl of a rose / blooms again in spring / from the humus cloth.

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22 giugno 2016

grida distanza la valigia chiusa
sentieri stellari dietro lo spigolo quotidiano
perché morire
è solo vivere a rovescio.

22nd June 2016
the shut bag yells distance / astral tracks behind the daily edge / because dying / is only living in reverse.

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18 febbraio 2016

a tutto ci si abitua
al diradarsi di una chioma
ai rivoli di vena
all’odore inimitabile
che sa solo la malattia.

18th February 2016
we get used to everything / the thinning of the crown / rivulets of veins / the inimitable smell / that only disease knows.

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17 maggio 2016

sfogliavamo insieme
le stelle una dozzina
di cieli stralunati tu smistavi
una costellazione
e poi d’un tratto
scorrere o il solco di un nonamore
la sorgente a rovescio
poggiasti il bicchiere
perché morire
morire è un’isola
perché morire
non è come dirlo.

17th May 2016
together we were / browsing the stars a dozen / wild-eyed skies you sorted / a constellation / then all of a sudden / overflowing or the furrow of a non-love  / the source upside down / you rested the glass / because dying / is an island / because dying / is not like saying it.

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1 settembre 2014

il mio dolore s’accuccia ai piedi del tuo silenzio
che non so nulla del morire e non ti posso aiutare
vorrei tu mi placassi con una qualsiasi cosa vera
fosse anche solo il tuo nome
mentre tu di sbieco sorridi e spalmi bene,
tra le dita, la crema
ma il tuo dolore non abita qui
non ci sono vie di fuga
c’è solo andare.

1st September 2014
my sorrow kneels at the feet of your silence / for I don’t know anything about dying and I cannot help / I wish you would calm me with something real / be it just your name / while you smile askance and keep spreading / the cream among your fingers, carefully / but your sorrow doesn’t live here / there are no escape routes / there is only going away.

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IL RICORDO / THE REMINISCENCE

mamma guardami la foto
quella in bianco e nero sopra il letto
la mia spalla e sopra la mia spalla
la tua mano a ripararmi il mondo

mamma inventami la vita
che prosegue i suoi colori
oltre questo scasso prematuro
nel volto acerbo del ricordo

mummy look at me in the picture / the black and white one just above the bed / my shoulder and on it / your hand sheltering me from the world // mummy invent me a life / that carries on with its own colors / beyond this premature break-in / into the sour face of memory

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in verità qui non esiste
non esiste certo né assolutamente
esiste la vita parziale finché esiste
sbraitante all’angolo della strada
nel centro esatto dell’impermanenza
e allora è salvare, la necessità,
salvare l’incrocio di mani
che siamo stati

in fact here doesn’t exist / nor does absolutely or certainty / a partial life exists until it is / screaming at the corner of the street / at the exact center of impermanence / then to save, this is the need, / to save the junction of hands / what we have been

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e se scrivo è per farti poesia
rimpastare la stagione sul tuo viso.
ci si salva e si muore,
ognuno a suo modo.
ogni giorno. ognuno come può

and if I write it is to make you poetry / to rework the season on your face. / everyone dies or is saved, / in their own way. / everyday, everyone as best they can

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lungo la strada di casa un’ombra
non avevo mai visto tanta luce

e hai cominciato a ridere
a ridere di me, di noi, e stanavi viva

oltre gli acini violacei degli occhi
la mano, ti domandavo dove

cosa devo fare e la radio a farneticare,
la vita si è addormentata e noi

abbiamo ripreso a danzare

on the way home a shade / I had never seen such light // and you started to laugh / to laugh at me, at us, and you flushed out // a lively hand over the purplish berries / of your eyes, then I was asking you where // what should I do and the radio raving / life fell asleep and we // began dancing again

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EPILOGO / EPILOGUE

non un tumulo la testa
nello sguainarmi dentro
il sangue sulle scale,
pensare che sondavo il morire
dov’è ora il mare

my head not a grave / I unsheathe myself inside / blood runs on the stair / thinking that I explored dying / where is the sea now

Intervista a cura di Michele Paoletti

Intervista a cura di Michele Paoletti

Da Laboratori Poesia un’intervista a cura di Michele Paoletti, si parla di  ulla Soglia, del Festival di Poesia Tres Dotes, delle rassegne Poetry e Scontrosa Grazia.

 qui il link.

Come nascono le tue poesie?

Indagare la realtà che ci circonda, attraverso i versi, è spesso l’atto finale di una qualche esperienza. La Poesia è uno scavo che l’uomo compie su se stesso e anche se l’atto finale accade dinanzi a un foglio bianco, inizia comunque molto tempo prima; con questo intendo che una poesia dovrebbe sempre possedere radici profonde, anche quando germoglia apparentemente in modo repentino. Ci sono poesie che richiedono un lungo tempo di sedimentazione e di limatura, ci sono testi che invece nascono in modo più fluido. Io lavoro molto per sottrazione, amo distillare. Il mio computer e i miei quaderni sono colmi di annotazioni e di poesie in lavorazione, sono pieni di embrioni di versi e forse pochi vedranno la luce.

Talvolta il processo di scrittura nasce da una parola che incontro “fortuitamente” durante la giornata, o durante il sonno, che si sposa con un pensiero, o con un sentimento, che se ne stava cheto nel sottofondo. Spesso, molto spesso, essendo una lettrice bulimica, la mia poesia nasce da altra poesia.

Quali sono i tuoi autori di riferimento, se ci sono, quelli a cui ritorni ogni volta che inizi a scrivere un nuovo libro?

Credo sia difficile per me identificare solo qualche autore di riferimento, tanto porosa è la poesia, almeno la mia, che assorbe qualcosa ogni dove, posso però nominarti gli autori che amo, in primis Paul Celan. Non torno a lui prima di scrivere un libro, torno a lui ogni volta in cui sento l’intimo bisogno di ascoltare i suoi versi e questo accade con una certa frequenza.

Amo molto anche Mandel’stam, Achmatova, Cvetaeva, amo Rilke, Borges e Pessoa, però fatico a non nominare Eliot. Guardando all’Italia invece il mio faro è sicuramente Ungaretti, per quanto ami anche Saba e tanti altri autori. In questo preciso momento sto lavorando su Amelia Rosselli e sono sopraffatta dalla sua potenza.

Con l’associazione IndependentPoetry da diversi anni organizzi a Faenza la rassegna #POETRY che è diventata un riferimento nel panorama culturale della città. Ci vuoi raccontare com’è nata? Qualche episodio che ricordi con piacere? Ci puoi anticipare qualcosa della nuova stagione?

L’associazione è nata per amore della Poesia e per il desiderio di condividerla. Talvolta l’incontro con un autore può accendere una passione che non si sapeva di nutrire; tanti sono i neofiti che si sono avvicinati ai nostri appuntamenti: alcuni sono capitati per caso e non hanno più smesso di frequentare. Ricordo, tra le tante belle situazioni createsi, momenti in cui nonni e nipoti si sono incontrati casualmente al POETRY!

La nuova rassegna sta per iniziare e sarà piena di novità. Dopo quarantun appuntamenti al bar Linus, quest’anno abbiamo programmato un calendario “diffuso” sul territorio.

Cinque luoghi ospiteranno circa diciassette serate, concepite proprio in base alla tipologia dello spazio che abbiamo a disposizione. Abbiamo in cantiere anche diversi laboratori per le scuole e alcune preziose collaborazioni. Ci sarà tanta poesia contemporanea ma anche conferenze e letture di grandi autori del passato. A brevissimo pubblicheremo il calendario definitivo sul sito www.independentpoetry.org e sulla pagina Facebook (Poetry Faenza).

Lo scorso giugno è nato il Festival Tres Dotes a Tredozio (FC). Un’importante manifestazione poetica che ha ospitato tra gli altri autori Maria Grazia Calandrone, Giovanna Rosadini, Gianfranco Lauretano e molti altri. Ce ne vuoi parlare?

Il Festival Tres Dotes, organizzato assieme ad Alessandro Canzian e finanziato dal Comune di Tredozio, è stato un bell’esempio di come turismo e cultura possano andare nella medesima direzione, nutrire gli animi ma anche le piccole economie locali. L’Italia è paese principe della poesia e dell’arte e credo che i nostri borghi dovrebbero essere pieni di manifestazioni di questa tipologia. Portare i grandi autori tra la gente, anche nei piccoli paesi, significa portare la poesia dove dovrebbe stare e non solo tra gli addetti ai lavori, significa abituare (o ri-abituare) le persone al pensiero, al sentimento e al potere della parola. Sinceramente il lavoro è stato ciclopico, e tu lo sai bene perché eri con noi, ma quando, sfiniti e infreddoliti, alle due di notte abbiamo trovato riparo per continuare a leggere i versi io, come molte altre persone, ho sentito scorrere davvero qualcosa di magico. Il festival di Poesia ha generato appartenenza, condivisione e solidarietà e questo è stato il bene più grande.

Parliamo adesso del tuo ultimo libro Sulla soglia (Samuele Editore, 2017), una sorta di cronologia di un addio ad un’amica scomparsa prematuramente. Ad un certo punto scrivi “è salvare, la necessità”, più avanti “se scrivo è per farti poesia”. Scrivere dunque per sopravvivere, per far sopravvivere.

Scrivere significa già salvare qualcosa, farlo sopravvivere all’oblio, agli ossequi della dimenticanza. Io sono stata impotente per tutto il decorso della malattia, sono stata inutile di fronte all’esito e così ho tentato di registrare ciò che accadeva. Misurare il silenzio, con la matita in mano, capendo che ognuno muore a suo modo, come può, intendo.

Ho trovato molto ardua la fase della pretesa e dell’illusione e scrivere mi era, in un certo modo, necessario per nominare cose e accadimenti con il loro nome, per ritornare alla realtà. Ho tentato di celebrare la vita, quella che era stata, quella che ancora era negli attimi della malattia e quella che dopo, comunque, sarebbe restata, nella sfera del ricordo.

La soglia è una dimensione a sé stante, un luogo in cui non si è né morti né completamente vivi. La soglia è un occhio frontale, l’impossibilità di pianificare e per quanto tutti viviamo, oggi giorno, della retorica del “qui e ora” solo in quel preciso momento, privati del futuro, sfioriamo il significato di questo luogo comune.

Sulla Soglia è un tentativo di celebrare l’amore “tenendosi per mano” al di là dalla questione mortale, per questo voglio continuare a celebrare, con le parole, quel sentimento dolce e autentico, come se il dialogo non si fosse interrotto, ma avesse solo cambiato canale.

Parlare di morte significa, oltre i luoghi comuni, celebrare la vita. Significa incastonare nei versi una forza vitale che pacifichi lo smarrimento e che consenta un reinventarsi radicale. Cos’è la vita, in fondo, se non un continuo reinventarsi?

Sulla soglia è un libro bilingue, scritto in italiano e inglese. Vuoi raccontarci qualcosa del percorso di traduzione?

Ho vissuto diversi anni a Los Angeles e la lingua inglese è inevitabilmente tornata in Italia con me. Mi trovavo in Texas mentre stavamo lavorando alla pubblicazione del libro ed è stato naturale cercare di accasare i versi anche in questo idioma. La traduzione è stata veloce ed efficace, anche se poi ho affidato al poeta e amico Patrick Williamson la sua supervisione.

Solitamente traduco dall’inglese all’italiano, ma trattandosi dei miei versi non ho avuto timori nel seguire il percorso contrario. Certo è che ogni traduzione è figlia di compromessi, penso ad esempio a un testo in cui l’italiano dice: stanare un tarlo e l’inglese non riesce a rendere lo stesso concetto se non tramite altre immagini. Tradurre significa indagare tutte le possibilità di senso, forse ancora più che scriverle, tradurre amplia i confini della parola ma talvolta rivela anche i suoi stessi limiti.

la voce cruda della vastità
punge sottopelle nell’aria umida
e una pacifica inquietudine
allaga la faglia del silenzio
com’è facile soli l’altro
occhio della luna il deserto
e com’è difficile al contempo

una pace distratta
fra dita di scoiattolo
e cemento, l’abbandono
è un verde selvatico
a presa rapida
una malinconia farfugliata
ma tu srotolale le ciglia
scompiglia i nidi vergini
sui seni tra i capelli

la verità freme libera
in una tana disabitata

Chateau Duval la strada ribolle
e questo sole scortica anche me

ma la fatica è una guado senza direzione
dove la terra beve ogni forma
in procinto di cadere

si scioglie nell’asfalto il passo
per l’eccesso d’esitazione
svivere  scortica anche me

Le poesie sono tratte dalla silloge inedita Attese.